Due diversità possono condividere lo stesso spazio per un arco di tempo limitato, finché l’una si scontra con l’altra. È inevitabile. E ciò che rimane sono solo frammenti illusori di un’identità che si credeva infrangibile.

Da quando i vari social hanno inserito le storie, è diventata una mania pubblicare ciò che si fa.

Insomma guardatemi, sto pranzando al giappo! Sì, ho la patente e guido mentre canto, “oh happy days”. E questa sigaretta è più amara del solito, e ti rompo la faccia con il mio gomito (siì, lo so, sono una rapper mancata). Panico, gli esamiiii! Cioè guardate quanti fogli sparsi. Lavoro e faccio storie perché sì, i’m a sexy lady.

Dopo questa carrellata di min… Minestre, potete dire che sono fuori di testa o continuare a leggere per vedere dove questo cervello matto vuole arrivare.

La mania delle storie ha preso sopravvento nelle nostre vite, ovviamente non manca chi è contrario è sicuramente lo appoggio. Però siamo inseriti in un contesto dove la società vuole far crederci che l’individuo ha una certa importanza e tutti i mezzi a nostra disposizione dovrebbero servire per risaltare il nostro essere: ognuno di noi ha bisogno di mostrare ciò che ha dentro, che è speciale… Che è un protagonista. E nel frattempo la società fa i fatti suoi e conquista il mondo, mettendoci in disparte. Senza accorgercene (oppure sì), abbiamo perso la cognizione della realtà. La miriade di informazioni che riceviamo al giorno ci hanno più o meno resi indifferenti. Ognuno di noi vive la propria storia, cosa succede in Inglanda non frega a nessuno. Io ho la mia vita. Io devo fare vedere che ho amici, esco, lavoro, guido, so vestirmi, faccio shopping, sono simpatica, posso essere qualcuno… Il degenero.

E chi non è ignaro di tutto ciò, non fa nulla. È inerme e non sa come poter fermare un processo così grande. Io stessa sono bloccata. È un’onda che non so cavalcare.

Togliendo il fatto che io non so nemmeno stare su una tavola da surf e che ho paura del mare/oceano. Io stessa a volte entro in quel processo e mi metto a pubblicare storie su Instagram (ogni morte di Papa perché m’annoia), per non parlare di WhatsApp. Lì mi diverto a pubblicare le cose più assurde, come quella citazione sopra, da me scritta. A volte sfocio in storie senza senso e senza fine e probabilmente la maggior parte dei miei contatti crede che mi faccio di roba ogni sera. Metto fiori che esplodono, mille facce di Joker, cadaveri esplosi… Sì, voglio convincere tutti della mia infermità mentale. E allora sono ipocrita a pubblicare un post del genere? Eppure con le parole siamo tutti bravi, sono i migliori discorsi ad aver cambiato il mondo e allora perché con le parole non riusciamo a cambiare il mondo? O forse non può essere cambiato? Siamo solo frammenti di identità in storie pubblicate?

Mais adieu monde et pardon-moi,

Malika

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